La mia storia

La mia storia

Recentemente,con mio grande stupore , mi è stato chiesto di raccontare su un magazine on line ,il mio percorso marziale, partendo dalle origini sino ad ora. E’ stato bello rivivere e ripercorrere i momenti che mi hanno segnato a vita. Nel riproporvelo , colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno permesso tutto questo,specie il blog Patria e notizie(link sotto)

https://patriaenotizie.blogspot.com/

“Il suolo è L’oceano ed io sono uno squalo” mai frase fu per me più illuminate.

Questa citazione di una famosissima cintura nera di BJJ è stata una delle chiavi di lettura della mia vita. Mi chiamo Franciotti Andrea, ho 41 anni, sono un papà, un impiegato ed una cintura nera 1 Grau di Brazilian Jiu Jitsu.

Pratico questa bellissima arte da oltre un decennio, da troppo poco aggiungerei, perché descrivere quanto mi ha dato, quanto tutt’ora mi sta dando mi fa prendere coscienza che ognuno di noi ha una strada ben precisa da seguire. La mia è quella dell’arte soave.

Il mio viaggio comincia tredici anni fa, anche se da tempo sapevo cosa fosse il Jiu Jitsu. Già dagli inizi degli anni 2000 infatti seguivo le gesta dei lottatori di MMA in tornei tipo il Pride o UFC su noti siti del settore.

Rimasi sorpreso ed incuriosito fin da subito: come faceva un uomo di 80kg a sottomettere un energumeno allenato a combattere e pesante almeno 30kg più di lui? Si celava qualcosa di magico e di oscuro in quelle tecniche, tanto da crearmi dei dubbi per uno cresciuto con il mito di Van Damme e Bruce Lee.

Il mio passato nel Judo mi rievocava quanto avessi amato la lotta a terra. All’epoca quando lo cominciai il mio maestro fu Settimio Pelliccioni uomo burbero e dalla mole impressionante, specie se vista da occhi di bambino. Ci faceva esercitare molto nella lotta a terra. Ricordo ancora la mia prima competizione, IPPON per osaekomi. Nulla, il destino mi stava chiamando.

In Italia intanto lentamente si stava affermando il movimento, poche erano le persone che avevano imparato l’arte. Trovare un corso all’epoca era una vera utopia. Fui fortunato e ne trovai uno. Rappresentavo così la seconda generazione in Italia, imparavo cioè dai pionieri, da coloro che avevano sacrificato tanto per apprendere l’arte soave, magari viaggiando in Brasile.

Il mio primo maestro fu una cintura viola, Giuliano Pennese, che aprì un corso nella palestra dove mi allenavo di pesi. Giuliano era ragazzo duro e senza fronzoli: jiu jitsu semplice ed efficace, ricordo ancora le botte prese. Ma nulla mi fece desistere. Il jiu jitsu è alla portata di tutti, ma non per tutti. Solo un 30% prende la cintura blu (primo step), un misero 5% arriva alla nera. È una selezione naturale, lo sparring lo si fa praticamente dal primo giorno, si subisce fin da subito. Fatto sta che quello fu il mio inizio e da allora non mi sono più fermato. Era settembre 2007. Pochi mesi dopo il corso si dovette sospendere, ma ricordo ancora le parole di Giuliano: “tu vieni con me”. Il tono era fiero e determinato. “Vieni in accademia con il mio maestro, il maestro Tisi”. Avevo imboccato una strada dalla quale non si torna più indietro.

Il maestro Tisi, uomo marziale e carismatico, mi accolse senza problemi. Vedere le accademie oggi, compresa la mia e ripensare a quella dell’epoca, mi fa riflettere di come tutto sia cambiato radicalmente. All’epoca Tisi, cintura nera di BJJ e pioniere dell’arte in Italia, importò dal Brasile non solo la tecnica e la metodologia, ma soprattutto quello che secondo me rimane l’essenza di tutto. Il BJJ è uno solo; non dovrebbe esistere quello competitivo, quello per la difesa personale o per le MMA (arti marziali miste). Come dicevo il maestro mi accolse, ma visto che la classe era unica (per ritornare al fatto che il BJJ è uno), sul tatami ci si trovava di tutto. Lottatori di altre discipline, professionisti di MMA, campioni Europei, gente dura di ogni tipo. Capi subito una cosa: il rispetto te lo dovevi guadagnare sul campo. Sul tatami trovavi al massimo cinture viola (livello intermedio) e le botte erano tante. Cominciai a cambiare il mio stile di vita. Sentivo un fuoco bruciare dentro. Mi rendevo conto che a poco a poco questa disciplina mi appagava molto. La mia forte componente competitiva si affermava in modo sano e finalmente trovava in quell’ambiente la giusta collocazione. Presto tutti i compagni mi accettarono. Le amicizie nate in quel contesto durano ancora. Sono un nostalgico per natura lo riconosco. Ma ringrazio la sorte di avermi permesso di conoscere quel mondo ormai lontano, edulcorato e sbiadito dalla concezione attuale del marketing dei social, dell’invidia gratuita e del business a tutti i costi. Ma questa è un’altra storia.

In quel momento compresi che non c’erano mezze misure e che il Jiu jitsu è anche confronto, cosi solo dopo 4 mesi di pratica cominciai a gareggiare. Le emozioni che si provano quando si sale su un tatami per una competizione sono uniche e indescrivibili. Per questo ancora oggi non riesco a smettere. Nel mio modo di leggere la vita ora, gareggiare è come un tacito accordo che ho stipulato con me stesso. Ho dato tanto, sacrificato ancor di più in nome del BJJ. Due o tre gare l’anno le devo fare! Rimasi con il maestro Tisi fino alla cintura viola, dopo ci fu una scissione.Il maestro Tisi dovette aprire una sede ancora più lontana, troppo rispetto agli 80km che facevo quattro volte a settimana per allenarmi. Fu così che due compagni di squadra aprirono un’accademia con un potenziale alto visto anche il palmares di entrambi. Decisi di inbarcarmi in questa nuova avventura. Non fu una scelta facile, perdere un maestro è sempre destabilizzante. Ma era tanta anche la stima che nutrivo per loro e il fatto di “cominciare” un nuovo progetto dove anche io potevo dare il mio contributo mi esaltava. In fondo mi fu chiesto di unirmi e questo mi inorgogliva.

Andrea Verdemare “mezzokg” e Simone Franceschini “grigno” i fondatori della nuova accademia erano due ragazzi giovani e ambiziosi. Talento e passione sono gli aggettivi che con affetto ricordo quando penso a loro. Con onestà posso anche affermare che entrambi hanno contribuito alla mia crescita tecnica e che sotto la loro guida conseguii le medaglie più importanti della mia carriera. Ho migliaia di ricordi legati a questa parte del mio viaggio. Ricordo la mia prima gara internazionale nel 2011 a Londra dove vinsi la categoria. E poi il mio primo europeo nel 2012 dove feci bronzo dopo 4 lotte durissime. Fu una delle esperienze più stressanti della mia carriera agonistica: quell’anno mi ritrovai in una pull improponibile. Dovevo fare cinque lotte per la finale. Tremavo all’idea di salire sopra quei tatami, gli stessi che poi nel fine settima del torneo sarebbero stati le arene di scontro per le cinture nere top mondiali. Comunque la cosa che più mi terrorizzava (e ancora oggi mi terrorizza) era vedere che tra gli avversari ci fossero dei professionisti.Ne temevo due in particolare, ma tra i due ce n’era uno che proprio non volevo incontrare. Lo temevo. Era un ragazzo francese, vincitore di tanti tornei internazionali, molto forte e preparato. Avevo visto gli highlights in rete dove strangolava tutti lasciando i suoi avversari a terra in un sonno profondo.Samir Bensaid, questo il suo nome, aveva decisamente più esperienza di me. Molti superfights sulle sue spalle: faceva questo nella vita. Il destino fece in modo che lo scontro avvenisse ai quarti di finale.Adrenalina, paura, ansia, sudarella, respiro corto…. ma anche tanta voglia, di combattere. “Ho un avversario duro ma mi sono allenato. Insomma ho la mia possibilità!!!” pensai. Finalmente arrivò il fatidico momento. Che scontro fu! Ogni volta che lo vedo mi emoziono. Lotta tirata fino all’ultimo. Vinsi ai punti a pochi secondi dalla fine. Avevo vinto, c’ero riuscito. In quel momento realizzai che nulla è impossibile. Bisogna credere in sé stessi, darsi i giusti obbiettivi senza porsi limiti. Spesso ho gareggiato e vinto con insegnanti che vivono di Jiu jitsu ,persone che spendono la propria vita sul tatami anche 12 ore al giorno. Non bisogna convincersi che sia un limite non dedicare completamente la giornata all’allenamento , io sono un impiegato, ma la mia passione e la mia dedizione sono di un “pro” e mi alleno al massimo perchè rispetto l’arte , me stesso ed il mio avversario. Ti alleni e ci provi. Persi in semifinale ai punti, ma quel bronzo valeva come un oro per me.

Era il 2012, anno importante perché segnò anche la seconda fase del mio percorso marziale. Fu anno particolare con picchi estremi di felicità e sofferenza. Conseguii ottimi risultati, dopo l’europeo conquistai un argento agli italiani e bissai l’oro a Londra. Quell’anno inoltre, sempre a Londra persi in finale assoluto, insomma oro categoria e argento assoluti. Un bel bottino.Fu un anno importante perché segnato anche da una forte depressione che mi colpì subito dopo il ritorno da Lisbona. La sofferenza era tanta, e le cose si accentuarono al mio ritorno in Italia. Con grande meraviglia penso al dolore che provavo allora e alla carica che misi invece nell’affrontare il campionato europeo, meraviglia che già dopo un istante diventò una consapevolezza: il Jiu jitsu mi stava salvando allora e per il resto dei miei giorni mi avrebbe salvato.

La salute mentale è importante tanto quella fisica, anzi di più. Il tatami è sempre stato la mia via di uscita, il BJJ il più potente antidepressivo. Fu proprio dopo una di quelle giornate cominciate con la sensazione di soffocare inghiottito dai pensieri che sembrano essere insormontabili che realizzai una cosa, ebbi una

illuminazione. Ero a tutti gli effetti a terra, inerme. “Eppure a terra sono a mio agio” pensai “sono forte, combatto quando sono a terra!”. Fu la svolta. Ormai tutto era chiaro ancora di più. Cominciai un tatuaggio, che completai tre anni e mezzo dopo quando presi la cintura nera. Una fenice, una frase: “JIU JITSTU, only when I fall to the ground I start fighting”.

Lo completai lentamente, ogni linea fatta nel tempo doveva avere la stessa importanza che si dà alle fondamenta di una casa. Stavo rinascendo come una fenice, questo fu anche dovuto alle occasioni in quel periodo difficile mi vennero offerte. Nel pieno caos interiore mi fu proposto di aprire un corso. Non avevo esperienza alcuna di insegnamento e intuivo quanto insegnare fosse difficile. Ma realizzai anche che se un medico ti dà una pillola per rilassarti e farti stare bene, mentre io ci ero riuscito semplicemente lottando e rotolandomi a terra, avevo quasi l’obbligo di provarci. Così feci. Se non ci avessi provato, avrei sicuramente perso una delle opportunità più importanti della mia vita, la conoscenza cioè del mio grande amico e socio Luigi D’Antonio.

Faccio sempre una similitudine scherzosa quando penso a Luigi: credo che il nostro incontro sia stato come quando due cani maschi si annusano e si rispettano. Luigi all’epoca era un ragazzo un po’ sovrappeso con i capelli rasati, ma dotato di una forza notevole e un background nella lotta in piedi impressionate. Ci trovammo da subito, cosi fu naturale condividere con lui l’idea del corso. Furono tempi fantastici, li ricordo con grande affetto. Eravamo giovani, fomentati agonisti e con la passione che ci divorava. Spesso guardo la mia cintura nera e penso quanto questa sia anche merito di Luigi.

Un anno dopo il nostro incontro decidemmo di andare in Brasile: Rio de Janeiro, dovevamo risalire quel fiume e arrivare dove tutto era iniziato. Fu un’esperienza che ci legò tantissimo, che sicuramente ci diede la visione del nostro progetto futuro. Intanto il nostro corso cresceva così il numero delle competizioni nelle quali partecipavamo. Cominciavamo a farci un nome nell’ambiente.

Nel 2015 partimmo per Lisbona, eravamo maturi entrambi. Forse sapevamo che fare quell’europeo ci avrebbe dato le conferme che volevamo. Eravamo atleti dello stesso team e avevamo un’idea, una visione. Fu così che sperimentammo un nostro metodo di allenamento, all’epoca le lotte tra noi erano durissime. I nostri allievi, non molti a dir la verità, ci esortarono a provare. Fu un anno strepitoso. Io nelle cinture marroni e Luigi nelle viola. Ci eravamo allenati duro, ricordo che l’ansia prima gara mi stava consumando. Ricordo la sera prima ero 4 kg sotto peso alla mia categoria. Gigi fece bronzo dopo quattro scontri durissimi. Io feci oro. Quattro lotte estenuanti di cui l’ultima con un Lituano di 2 metri, Donatas Uktveris ,cintura nera della leggenda Roger Gracie (mi ricordo che durante il combattimento vidi proprio Roger fargli l’angolo!!) che chiuse la gara in chiave articolare sulla mia caviglia sinistra. Resistetti perché stavo vincendo ai punti, ma comunque me la lussò. Campione europeo! Mai avrei pensato quando cominciai ad una cosa del genere…eppure accadde.

Lo stesso anno fui promosso cintura nera, luigi prese la cintura marrone.

Intanto in me e Luigi cresceva sempre più la consapevolezza che dovevamo prendere la nostra strada, perseguire la nostra idea di insegnamento. Ci stavano ormai strette regole in cui non ci rispecchiavano più e che spesso non condividevamo. Bisogna sempre rispettare il proprio maestro e nel momento in cui realizzi che i tuoi obbiettivi sono diversi, la tua “visione” è diversa, devi rischiare ed andartene. Noi avevamo tanti sogni e tanta passione. All’epoca ci sembrò sufficiente.

Nel 2016 nacque quello che oggi rimane uno dei sogni realizzati di cui vado più fiero: La Fusion Academy (fusionacdemy.it). Questo progetto riassume tutta l’essenza della nostra visone, cioè che la fusione degli stili “lottatori” è ciò che rende efficacie una accademia. Nel 2018 anche Luigi ha conseguito la cintura nera. Attualmente la Fusion academy offre 3 classi diverse, tra cui la classe “kids” vero fiore all’occhiello del nostro progetto.

I bambini infatti attraverso l’allenamento ed il gioco, prendono subito confidenza con la pressione dovuta al contatto fisico, ottimo per la gestione di potenziali situazioni di bullismo.

Molti sono stati i podi nazionale ed internazionali conquistati cosi in poco tempo.

Concludo con delle semplici e magari banali considerazioni, ma come sempre dico, nel BJJ come nella vita le cose semplici funzionano sempre.

È presto per tirare somme, ma nel parziale devo sicuramente ammettere una cosa: ho dato tanto all’arte, in termini fisici (ginocchio destro, spalla, caviglia, legamenti ginocchi sinistro, capsule delle dita frantumate ecc.), economici (soldi per trasferte, stage, spostamenti ecc.) e sentimentali (lontananza da mia moglie e mia figlia), ma nonostante tutto le sono debitore. Si perché, questa meravigliosa arte marziale mi ha permesso di capire tanto di me, partendo proprio dalle mie paure e dalle mie insicurezze. Mi ha insegnato ad essere calmo quando sono sotto pressione, mi ha fatto capire che esiste sempre un altro punto di vista per affrontare una situazione, non necessariamente serve lo scontro. Bisogna a volte cedere alla forza, adattarsi, piegarsi per poi trovare la mossa giusta e fare scacco matto.

Il jiu jitsu è magia, è l’arte che si pratica in base alle tue caratteristiche fisiche, mentali e comportamentali. Il . Il BJJ si adatta a te e nell’adattarsi lentamente ti cambia. La mia è una strada che percorrerò fino ad un attimo prima di morire.

Andrea “francio”