Accademia o caserma?

Accademia o caserma?

Insegnare è indubbiamente un mestiere difficile e impegnativo, allo stesso tempo stimolante e di grande responsabilità. Essere un insegnante è un po’ come fare il genitore: puoi leggere tutti i libri che vuoi, documentarti o chiedere pareri, ma l’esperienza la si matura solo sul campo, provando, sbagliando, imparando e alle volte perdendo anche degli allievi per i quali si era speso tempo ed energie.

Fondare un’accademia di bjj significa concretizzare un’idea, trasmettere un bagaglio tecnico, una visione dell’arte marziale circoscritta all’interno di determinate linee guida e regole.

Ed è qui che entrano in gioco diversi metodi di insegnamento che, semplificando al massimo, sono riassumibili con due diversi approcci alla materia, uno marziale e l’altro militare.

Un atteggiamento di tipo militare all’interno del dojo è mirato al rispetto assoluto del grado, all’osservanza del comando ricevuto senza mai poterlo contestare (alle volte arrivando a estremizzazioni pericolose), all’essere totalmente refrattario a tutto ciò che è cambiamento degli schemi.

Questo atteggiamento comporta il totale annullamento del singolo a vantaggio della collettività, dell’esercito o dell’apparato militare, in questo caso dell’accademia che si frequenta, troppo spesso lo si vede sfociare nel culto assoluto del maestro (basta cercare su youtube, ci sono molti tristi esempi), cosa che ha nulla a che vedere con la pratica marziale. Chi va in palestra perché si sente un militare? La risposta è scontata…un approccio del genere è deleterio tenuto conto dell’ambito civile in cui si pratica.

Avere una schiera di perfetti allievi soldatini serve solo ad appagare l’ego del maestro e alla lunga stressa l’allievo e lo allontana dalla pratica.

Un approccio marziale evoca nel suo significato verbale concetti simili a quello militare (Dal lat. Martialis, der. di Mars Martis ‘Marte’, il dio della guerra), ma nel complesso descrive un atteggiamento di fierezza e attaccamento alla propria accademia, dedizione (ai valori dell’arte che si pratica) e una ricerca costante del proprio miglioramento come atleta, combattente ed essere umano. Nulla che riguardi l’annullamento del singolo, anzi andando nella direzione opposta, cercando di lasciare l’allievo libero di esprimersi.

Ma allora i Samurai, disposti a morire in virtù dell’obbedienza? Altri tempi e altre culture, nulla a che vedere con la nostra società, anche se spesso tutti noi giochiamo a rievocare valori del Bushido.

Necessario è dunque stabilire delle regole chiare volte a disciplinare in maniera inequivocabile i comportamenti all’interno del dojo in termini di rispetto di sé stessi, degli altri e del luogo dove si pratica (incominciando dall’educazione, passando per il rispetto dell’anzianità per arrivare all’igiene personale e alla pulizia e decoro dell’uniforme indossata).

Il maestro non è nient’altro che il depositario di una tradizione, una persona che tramite la dura pratica e l’allenamento costante è arrivato a padroneggiare l’arte e che decide di trasmetterla ad altri riconoscendone i grandi benefici che la pratica gli ha donato.

L’allievo seguirà così il maestro in nome del rispetto della sua esperienza, capendo che la cintura nera è sinonimo di anni di sacrificio, figlio di una lunga e severa selezione, imparerà a fidarsi di lui non perché costretto ma perché percepirà e sperimenterà tutto questo nella frequentazione dell’accademia.

Le persone devono seguire il proprio coach in nome del rispetto, in virtù di un tacito accordo di fiducia e stima reciproca. Non con metodi coercitivi.

Mettere in discussione la tecnica spiegata, la metodologia di allenamento, la preparazione ad una gara equivarrà a mettere in discussione l’insegnante stesso col rischio poi di incorrere in errori e vicoli ciechi che rallentano la naturale progressione. Il maestro può vedere nell’allievo cose che lui non è ancora in grado di percepire.

Insegnare in modo marziale significa allenare e praticare con il solo scopo di migliorare i propri allievi, non per renderli imbattibili in combattimento. Trasmettere e far comprendere questo, è tra i principi della Fusion academy, che da sempre crede nella contagiosità di questi valori della pratica marziale: se il maestro e poi tutti i graduati aderiscono ai principi dell’accademia in modo spontaneo e libero, automaticamente tutto l’ambiente verrà contagiato. Essere graduati non significa solo vincere medaglie.

L’accademia si trasformerà così in qualcosa di più di un semplice luogo in cui allenarsi, diventerà una famiglia in cui, sotto la guida dell’insegnante, ognuno a suo modo e con la sua unicità contribuirà alla crescita di tutta la squadra.